La Danzatrice di Seoul (리진)

Una storia di fantasia che, attraverso gli occhi della protagonista, narra di un’epoca e di personaggi reali

di Donatella Perullo

Titolo: La Danzatrice di Seoul

Categoria: Narrativa

Genere: Fiction storica

Autore: Kyung-sook  Shin (신경숙)

Titolo originale: 리진  – edito nel 2007

Editore: Piemme

Collana:

Anno: 2019

Copertina: Cartonato con sovraccoperta  

Numero di pagine: 422

ISBN: 978885666949

È il 1869 quando nel villaggio di Banchon, in Corea, nasce Jin. La piccola vive con sua madre in una casa all’ombra di alberi di pero che in primavera esplodono di candidi fiori. Purtroppo cinque anni dopo, alla fine di un duro inverno di malattia, la mamma di Jin muore, lasciandola sola al mondo. Da quel momento, è donna Suh a prendersi cura di lei. Donna Suh vive sola da quando ha abbandonato il tetto coniugale per non essere riuscita ad avere figli. È un’abile sarta e sua sorella minore, dama di corte, le porta lavoro dalla sala ricami del Palazzo di Sungkyunkwan. Mossa da un forte e incompiuto istinto materno, Donna Suh è felice di riversare tutto il suo amore sulla piccola orfana. Oltre a essere molto bella, la bambina è intelligente e capace di imparare con estrema facilità qualsiasi cosa le sia insegnata.

“Sospirò. Che vita attendeva una bambina coreana tanto intelligente?”

Un giorno la sorella di donna Suh, si offre di introdurre Jin al palazzo. Ciò, a suo dire, le permetterebbe di avere un’educazione e una vita dignitose. Suh accetta a malincuore e questa decisione cambierà il destino della bambina. Jin non tarderà, infatti, a conquistare il cuore della regina Min, donna forte e destinata a contrastare l’influenza giapponese in Corea. La regina non ha figli e inizia a richiedere sempre più spesso la presenza della bimba al suo fianco.

Tutte le sere Jin torna a casa da donna Suh che per arrotondare è solita fittare una stanza ai viaggiatori. Un giorno ospita il missionario francese padre Blanc e Yeon, il piccolo orfano di cui questi si occupa. Yeon è poco più grande di Jin, non parla ma sa suonare alla perfezione qualsiasi strumento. Tra i due bambini nasce un affetto indissolubile. È qui che la storia ha un salto temporale.

Immagine tratta dal Drama “The Tale of Nokdu” (2019)

Jin è divenuta una giovane donna, dama di corte nonché la danzatrice più brava di Corea, capace di incantare chiunque con la sua arte. Un giorno giunge a Palazzo Victor del Plancy, diplomatico francese. L’uomo è folgorato da lei al primo fugace incontro, ma è quando la vede ballare la danza dell’Oriolo a primavera, che cuore e mente ne sono stregati. Se ne innamora al punto da desiderare di portarla con sé in Francia.

“Era stato solo un istante, ma gli occhi scuri della damigella di corte gli stringevano il cuore in una morsa. Era stato come ritrovare un orologio perduto da tempo immemore.”

Immagine tratta dal drama  “Love in the Moonlight” (2016)

Così la vita di Jin subisce una nuova svolta irreversibile. Victor de Plancy riesce a ottenere dal re il permesso di condurre la ragazza in Francia. Qui lei scoprirà una nazione dalle convenienze meno rigide della Corea e una cultura del tutto diversa dalla sua. A Parigi sarà ammirata, ma mai realmente accettata e considerata. Questo, lentamente, la cambierà. Fino a non essere più la fanciulla partita dalla Corea, portando con sé, come fossero amuleti, i regali dell’amica Soa. Lontana dai suoi affetti più cari, dagli abbracci di Suh e dal tormentato amore di Yeon, le basterà la presenza di Victor? L’uomo si dimostrerà attento e affezionato così com’era stato a Seoul? E quando, qualche anno dopo, nel 1985, Jin farà ritorno in una Corea che affronta la dolorosa fine dell’epoca Joseon, quale sarà il suo destino?

“Ma il cuore umano quando ha uno stagno desidera un ruscello, e quando ha un ruscello desidera un fiume, e quando ha un fiume desidera l’oceano.”

Immagine tratta dal drama  “Love in the Moonlight” (2016)

Con La danzatrice di Seoul Shin ci regala un romanzo poetico, leggiadro e doloroso allo stesso tempo. L’autrice dipinge l’affresco nitido di una Corea che vive la fine di un’epoca, tormentata dall’essere contesa da Giappone e Cina. Lo fa, per quanto fatti storici narrati siano liberamente interpretati, con una dovizia di dettagli tale che al lettore sembrerà di essere al fianco della danzatrice, di vivere con lei ogni momento e condividerne le sensazioni.

Attraverso gli occhi intelligenti di Jin, Kyung-sook Shin ci descrive colori, paesaggi, natura, usanze e cultura di un Paese antico. Le sue descrizioni precise e minuziose accompagnano le vicende, adeguandosi al loro ritmo e consentendoci di vivere un racconto tridimensionale.

Danzatrici – Immagine tratta dal libro En Corèe

Il periodo trascorso a Parigi dalla protagonista ci parla di una Francia che vive al motto dell’uguaglianza, ma che nonostante ciò fa sentire Jin sradicata dalla propria natura e mai realmente integrata. La danzatrice di Seoul è dunque anche il racconto di un’epoca, l’ottocento, visto dal punto di vista di due nazioni distanti fisicamente quanto culturalmente. La prosa evocativa dell’autrice è al contempo lieve e sapiente ma capace di divenire impetuosa quando gli avvenimenti narrati lo chiedono. Leggendo La danzatrice di Seoul si viaggia nello spazio e nel tempo, ma soprattutto negli animi dei suoi personaggi. Alcuni dei quali resteranno indelebili, come il ricordo di persone care.

Per creare la storia della leggiadra e triste danzatrice Jin, l’autrice ha dichiarato di essersi ispirata alla protagonista di un breve racconto pubblicato a Parigi e risalente al 1905. Lo scritto di appena una pagina e mezza, si trova all’interno del volume En Corée scritto da Hippolyte de Frandin, diplomatico francese e fotografo. Leggendo della danzatrice coreana Lin Jin, come persona realmente esistita, Kyung-sook Shin si è sentita travolta dalle sue vicende. La personalità di quella giovane l’ha colpita tanto da farle sentire il desiderio di ridarle vita attraverso la sua scrittura. Nella nota riportata al termine del libro, l’autrice narra con trasporto la genesi del romanzo e soprattutto del suo immenso affetto per la danzatrice. A suo dire Lin Jin le è entrata nel cuore al punto da desiderare di “salvare la donna intrappolata in quella pagina e mezza”.

Hippolyte de Frandin – autore foto sconosciuto

Ha iniziato così a fare studi approfonditi su di lei e sul periodo storico nel quale ha poi ambientato La danzatrice di Seoul. Si è anche recata più volte a Parigi per consultare documenti e vivere quei luoghi, prima di condurci noi. Un lavoro certosino di ricerca che le ha permesso di donarci un racconto sì di fantasia, ma ricco di dettagli storici e personaggi realmente esistiti. Così, ad esempio, padre Blanc è stato realmente il vescovo dell’arcidiocesi di Seoul dal 1884 al 1890 e Victor Collin de Plancy un diplomatico francese. Quest’ultimo ha trascorso gran parte della sua vita lavorativa in Corea dal 1884. Egli era anche un grande collezionista di opere d’arte e antichità. La sua collezione privata di arte dell’Estremo Oriente fa parte della collezione coreana al Musée Guimet di Parigi.

Victor del Plancy  – Fonte foto (1)

Eppure Kyung-sook Shin ha chiarito che La danzatrice di Seoul non è un romanzo storico, ma una storia che parla di persone ed è questo, in effetti, il suo punto di forza.

Non si sa se la danzatrice Lin Jin che Kyung-sook Shin ha scoperto attraverso il racconto di Frandin sia realmente esistita. Se così non fosse, però, grazie a lei è divenuta viva, reale e destinata a restare nei nostri cuori.

L’autrice Kyung-sook Shin

Kyung-sook Shin è stata la prima autrice sudcoreana a vincere nel 2012 il Man Asian Literary Prize con il romanzo Prenditi cura di Lei. È tradotta in quarantasei Paesi ed è considerata una delle autrici più importanti di Corea. Nata nel 1963 in un villaggio nel sud della nazione, a sedici anni si è trasferita a Seoul con il fratello maggiore. Il suo debutto letterario è avvenuto nel 1985 con il romanzo Winter’s Fable, dopo il diploma al Seoul Institute of the Arts in scrittura creativa. Con Winter Fables  ha vinto il Munye Joongang New Author Prize, solo il primo di una lunga serie di riconoscimenti.

La mia valutazione
8/10
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L’etichetta in Corea del Sud

Piccolo vademecum per non trovarsi in difetto con le abitudini del Paese del Calmo Mattino

di Stefania Frioni

Quando sono arrivata per la prima volta in Corea, mia figlia, che già ci viveva, mi ha fatto una vera e propria lezione di etichetta. Pensate, nei primi livelli del corso di Coreano per stranieri che ha frequentato alla SNU, questo era persino argomento di lezione. Ciò la dice lunga su quanto le tradizioni e le regole siano importanti in Corea. Onestamente, devo dire che ci si abitua quasi subito e personalmente trovo giusto adeguarmi al Paese che mi ospita e dove ho deciso di vivere. È anche meglio per me stessa, mi fa sentire più a mio agio e, da straniera, anche più accettata e rispettata. Premetto che agli stranieri arrivati da poco qualche imprecisione o mancanza è perdonata, ma se si è residenti da un po’, storcono il naso, soprattutto gli anziani.

Detto ciò e visto che con voi voglio condividere ogni mia esperienza, perché non darvi qualche dritta per essere super preparati al vostro prossimo arrivo sul suolo coreano? Ecco allora una lista di quelle che sono le regole principali e di cui faccio tesoro ogni giorno anch’io:

Salutare o ringraziare con un inchino.

Il Cast del Drama Goblin ringrazia il pubblico a una conferenza stampa nel 2016

Com’è noto e avrete sicuramente notato nei Drama, in Corea – come in Giappone – quando si saluta o si ringrazia, l’inchino è segno di educazione e rispetto. Soprattutto quando il confronto avviene tra generazioni o status sociali diversi, ad esempio capo e impiegato, negoziante e cliente, giovane e più anziano. È una regola ormai insita in questo popolo e devo dire che da subito mi è venuto naturale rispettarla. Gli inchini sono diversi a seconda che il legame sia più o meno formale. Perciò l’impiegato al proprio capo, il negoziante al cliente o il giovane al più anziano s’inchinerà in modo più profondo e senza mai guardare l’altro negli occhi. Questo denoterebbe, infatti, mancanza di fiducia e quindi di rispetto.

In rapporti meno formali, come quelli tra studenti, colleghi o amici di diversa età, sarà sufficiente chinare solo la testa. Se vi dovesse capitare anche, ad esempio, che qualcuno vi dia la precedenza per salire sulle scale mobili o su un mezzo pubblico, un semplice gesto della testa sarà perfetto e educato.

Leggi anche: Muoversi in città

Quando si paga, mai lasciare i soldi sul banco e usare sempre entrambe le mani.

Anche questa è una regola di etichetta molto importante da ricordare. Confesso che ogni tanto me ne dimentico e mia figlia me lo ricorda con una gomitata ;). Quando si è alla cassa, i soldi o la carta di credito vanno sempre consegnati con entrambe le mani e con un leggero inchino. Lo stesso faranno la cassiera o il cassiere quando vi renderanno carta, resto o scontrino e voi li riceverete in egual modo. Medesima regola varrà qualora, per esempio, dobbiate consegnare o ricevere un biglietto da visita. Mi è capitato al lavoro e, onestamente, fra inchini e non saper come coordinare il dare e l’avere il biglietto, la cosa si è rivelata buffa. Mi sa che dovrò allenarmi.

La stessa regola vale anche per altri oggetti, sempre in condizione di status diverso per età, anche un solo anno di differenza, o posizione sociale.

Mai lasciare la mancia

In Corea del Sud, se si è soddisfatti del servizio, è sufficiente ringraziare e fare un bell’inchino. Qui elargire la mancia è segno di maleducazione, oltre che essere illegale.  Soddisfare il cliente è, infatti, un dovere e fa parte del proprio lavoro.

Rispettare chi è più anziano di noi

Lo avrete notato nei Drama: in Corea è fondamentale mostrare rispetto verso gli anziani o chi è maggiore di età, anche solo di un anno. Questo è addirittura evidenziato dai termini specifici riservati dal proprio interlocutore a ogni persona in una conversazione, a seconda che sia donna o uomo, ma anche un ragazzo o una ragazza. Da straniero che non parla ancora bene il Coreano, basterà semplicemente ricordarsi di rispettare chi è più anziano.

Togliersi le scarpe

Anche questa è un’abitudine che abbiamo visto più volte nei Drama. Sin dall’antichità, infatti, in Corea, come in Giappone, ci si toglie le scarpe per entrare in casa, nei templi, in molti uffici o in alcuni locali.

Questo innanzitutto per una questione igienica, poi perché in Corea del Sud tutte le case hanno il pavimento di legno e sin dal passato più remoto, si usa sedersi a terra anziché su un divano. Oggi, come in passato, in molte case ci sono tavolini bassi ai quali è prassi accomodarsi, per esempio, per condividere il cibo. Anche in molti ristoranti o caffè, dove il pavimento è in legno, di solito si mangia seduti per terra. Chi ha letto il mio primo articolo sui mezzi pubblici, comprenderà ora perché moltissimi coreani indossano ciabatte, molto più comode da togliere e mettere, per andare in giro.

Tre semplici regole da rispettare a tavola

Anche a tavola, come noi del resto, i coreani rispettano alcune regole e tre di queste sono semplici da ricordare. La prima è che quando serviamo da bere è buona cosa farlo tenendo la mano sotto il gomito del braccio che allunghiamo, come per sorreggerlo. Questo dettame arriva sin dai tempi dell’era Joseon. Allora, chi serviva da bere, per non intingere nei piatti la lunga manica del braccio che allungava verso i bicchieri, la tratteneva con una mano. Interessante come si tramandino le usanze nei secoli, vero? Un’altra abitudine e regola è quella di mangiare con un braccio sotto il tavolo e non sul tavolo come, invece, siamo educati a fare noi. Qui è segno di rispetto e educazione, soprattutto se a tavola con noi c’è una persona anziana o di status superiore al nostro. La terza norma da ricordare a tavola è di non avvicinare mai la ciotola alla bocca se vogliamo servirci il riso o il brodo con bacchette o cucchiaio. Saremo noi, piuttosto, ad abbassarci verso la ciotola che rimarrà sul tavolo.

Mai accavallare le gambe di fronte a una persona anziana

Ciò è considerato gesto di grande maleducazione! Per questo sarà bene ricordarsi di sedere con le gambe e le ginocchia unite.

Non parlare ad alta voce o al telefono se si è tra la gente

Questa è una regola che ahimè da noi in Italia pochissimi osservano. Qui in Corea del Sud, soprattutto sui mezzi pubblici o negli uffici, è invece molto osservata. È raro vedere persone al telefono e se accade, queste parlano sotto voce, tanto che a volte mi chiedo se dall’altra parte riescano a sentire ciò che dicono. La medesima regola è osservata se si conversa in presenza di altre persone.  Si fa a un tono molto misurato, per non dar fastidio ai vicini. C’è da dire che a volte le persone anziane non rispettano questa consuetudine e per questo ricevono sguardi di disapprovazione, anche se comunque la cosa viene loro perdonata.

Non “risucchiare” rumorosamente quando si mangia.

Contrariamente a quanto si pensi, anche in Corea il risucchio rumoroso è segno di maleducazione. Quando si mangiano ramyeon o zuppe molto calde il risucchiare è tollerato perché sarebbe impossibile non farlo, ve lo garantisco. È buona norma, però, cercare di fare il minor rumore possibile. Ancora una volta, agli anziani, soprattutto agli uomini, si concedono strappi alla regola e così, vi assicuro, si subiscono dei veri e propri concerti.

Al contrario di come facciamo noi…

Non stupitevi o infastiditevi se, al contrario di come prevede la nostra educazione, le persone non tengono la porta per farvi passare, se si accorgono che siete dietro di loro; tossiscono senza mettere la mano davanti alla bocca e, in questo caso, il fatto che indossino la mascherina se sono malaticci è un’ottima cosa; vi travolgono nella folla senza chiedere permesso; si tolgono le scarpe e si mettono con le gambe incrociate sulla sedia, soprattutto i giovanissimi, anche dove non è previsto, come nei caffè; vi fanno domande molto personali all’inizio di una conoscenza, soprattutto sull’età. Queste domande riguardanti l’età, vengono fatte per capire com’è più giusto rivolgersi a voi in termini di formalità.

Bene, le cose da dire erano tante! Spero però che abbiate trovato interessanti queste informazioni, che vi avvicinano ancor di più alla cultura coreana. Mi auguro che le troverete anche utili, com’è successo a me, per sentirvi sul pezzo quando verrete in Corea.

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Re Jeongjo di Joseon (조선 정조)

Il Rinascimento coreano di un sovrano illuminato, simbolo di pietà filiale

di Gabriele Discetti

Re Jeongjo nacque il 28 ottobre 1752 col nome di battesimo Yi San (이산).

Ventiduesimo re della dinastia Joseon, per il suo impegno nel riformare e rimodernare la struttura amministrativa del regno di Corea, fu soprannominato Jeongjo il Grande.

Jeongjo era il figlio del principe Sado, condannato a morte da suo padre re Yeongjo, e della dama Hyegyeong. Molte notizie della vita di queste tre figure storiche provengono da “Le memorie di lady Hyegyeong”, autobiografia della donna.

L’astio della corte per Sado influenzò molto la crescita del piccolo Yi San al quale il nonno vietò di vedere il padre sin da piccolissimo.

Quando il principe Sado morì, il principe Hyojang, fratello di Sado, e la principessa consorte Hyosun adottarono il piccolo Yi San. Il bimbo divenne così il legittimo erede al trono. Considerando Yi San il figlio di un pazzo psicopatico, la corte non gradì tale scelta, soprattutto la fazione Noron. Quest’ultima tentò di spianare la strada verso il trono ai fratellastri di Yi San: i principi Eunjeon, Euneon ed Eunshin.

Per rafforzare la posizione di Yi San, nel 1775 re Yeongjo lo nominò suo reggente sostitutivo, tenendo però per sé il controllo dell’esercito. L’anno seguente re Yeongjo morì, così il 10 marzo 1776 Jeongjo divenne re.

Jeongjo si impegnò sin dal primo giorno del suo regno a riabilitare il nome del padre e allontanò dalla corte i rivali che ne avevano causato la morte.

Si dice che re Joengjo abbia spostato la corte a Suwon per essere più vicino alla tomba del padre. Fu per custodire la tomba di Sado che fece costruire la fortezza di Hwaseong. Inoltre elevò la madre al titolo di regina. Queste decisioni di Jeongjo gli causarono molte inimicizie e periodi turbolenti, superati grazie all’appoggio dei suoi funzionari di fiducia Hong Guk-yeong e Kim Chong-su.

Nel 1776, la fazione Noron tentò un colpo di stato militare, fallendo miseramente. Per tale motivo, re Joengjo fece arrestare e condannare a morte molti membri dei Noron, ma anche il suo fratellastro, il principe Eunjeon.

Una volta messi da parte i problemi interni, il regno di Jeongjo divenne un vero rinascimento per la dinastia Joseon.

Mappa militare della fortezza di Hwaseong del 1795

Allo scopo di formare culturalmente e politicamente i nuovi funzionari del regno, re Jeongjo creò la biblioteca nazionale, la Kyujanggak. Inoltre aprì l’accesso alle cariche statali anche a coloro il cui stato sociale precludeva qualsiasi carriera nell’amministrazione.

Ovviamente tale accesso era sempre subordinato al possesso di un certo patrimonio che permettesse l’istruzione dei figli. In ogni caso fu un impulso non indifferente per lo sviluppo della cultura popolare del periodo Joseon.

Biblioteca reale Kyujananggak – Fonte foto (2)

Re Joengjo era profondo conoscitore del Neo-Confucianesimo, della cultura umanista, della filosofia e dedito alla scrittura. Negli ultimi anni di vita organizzò il matrimonio del secondo figlio Sungjo, erede al trono, al quale tuttavia non poté assistere. Morì, infatti, nel 1800 a soli quarantasette anni, in circostanze ancora oggi oscure. Jeongjo fu seppellito con sua moglie, la regina Hyoui, nella tomba reale di Geonneung nella città di Hwseong.

Fortissimo fu però il legame del re Jeongjo con la sua concubina, la nobile consorte reale Uibin Seong del clan Changnyeong Seong, madre del principe Munhyo.

Figlia di Seong Yun-u e della seconda moglie Lady Im, Uibin nasce in una famiglia povera. Il matrimonio con Lady Im inserì però Soeng Yun-u negli ambienti di corte, poiché la donna era figlia di un funzionario statale. L’uomo divenne così un ufficiale dell’esercito e questo portò un miglioramento significativo alla vita socio-politica della famiglia. Fino a quando, nel 1761, Seong Yun-u, accusato di appropriazione indebita, si dimise.

Uibin Seong diede quattro figli al re Jeongjo, morendo durante l’ultimo mese della sua quinta gravidanza. Re Jeongjo le dedicò un epitaffio con il quale dichiarò tutto il suo amore per lei, definendola l’unica donna che avesse mai amato.

Oltre a ciò, nel luogo di sepoltura della sua amata Re Jeongjo piantò ben ventiseimila alberi. Questo luogo oggi è noto come Hyochang Park, nel distretto Yongsan di Seoul.

Hyochang Park – fonte foto (1)

La storia d’amore tra re Jeongjo e la concubina reale Uibin è stata raccontata in numerosi Drama storici. Quello più recente e di grande successo è senza dubbio The Red Sleeve, andato in onda nel 2021. Nella serie a interpretare re Jeongjo è Lee Jun-ho, idol membro della boy band 2PM, dedito da tempo con ottimi risultati anche alla carriera d’attore. Nelle vesti della concubina reale Uibin, invece, troviamo la bravissima ex attrice bambina Lee Se-young. Come dicevo, The red Sleeve è stato un Drama che ha riscosso enorme successo in Corea e non solo. Gli sono stati riconosciuti ben ventidue premi, tra cui quello come miglior attore a Lee Jun-ho, miglior attrice a Lee Se-young, miglior coppia, miglior sceneggiatura e quello di Drama dell’anno.

Immagine tratta dal Drama del 2020 “The Red Sleeve”

The Red Sleeve ha fatto innamorare gli spettatori di tutto il mondo della storia raccontata. Dopo la visione della serie, molti coreani hanno comprato libri su Jeongjo il Grande e il romanzo omonimo da cui il Drama è tratto. I fan stranieri, invece, hanno cercato di studiare i dettagli della storia narrata nella serie per comprenderne meglio i dettagli. Particolari che spero di aver svelato, almeno in parte in questo mio articolo. C’è da dire che la serie è molto romanzata e pare abbia creato un po’ di perplessità nel pubblico coreano per come sono stati trattati alcuni aspetti storici. Ciò che purtroppo è certo e che la storia d’amore tra Jeongjio e Uibin non ebbe un happy ending nella realtà, proprio come nel Drama.

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Muoversi in città

I mezzi pubblici, ma non solo.

di Stefania Frioni

Seoul è considerata la città con il trasporto pubblico meglio organizzato al mondo. Questo soprattutto grazie alle ventidue linee di metropolitana che la attraversano, alle relative settecento stazioni (!!) e alle sue circa novecento linee di autobus.

La TMoney è una prepagata a scalare che si può utilizzare in tutta la Corea. È facilmente ricaricabile sia nelle stazioni della metropolitana sia nei convenience stores ed è valida in tutte le città. Pensate, può essere utilizzata anche per pagare il taxi!  

Come dicevo, è una carta a scalare, per cui ogni volta che si utilizza, è decurtato dal credito l’importo relativo alla tariffa del mezzo che si sta utilizzando. Se si effettua il cambio entro trenta minuti, la TMoney consente di non pagare il passaggio di linea o di mezzo. Perché ciò avvenga, è necessario ricordarsi di validare la carta, avvicinandola all’apposito lettore, sia quando si sale – passaggio comunque obbligatorio – che quando si scende da ogni mezzo.

La T-Money Foto di Stefania Frioni – Korean Drama & World ©

A Seoul, sui mezzi pubblici scritte e annunci sono sempre in hangul, inglese, cinese e giapponese.

La metropolitana è in funzione sino a mezzanotte, ma gli autobus viaggiano fino a notte fonda. Per questo c’è sempre un modo per tornare a casa, anche per i nottambuli, soprattutto contando che i taxi sono reperibili ventiquattro ore su ventiquattro.

Segnaletica multilingua -Foto di Stefania Frioni – Korean Drama & World ©

Ci tengo a dirvi, però, che la regola numero uno per muoversi nelle grandi città coreane è: essere pronti a camminare tanto, anzi, tantissimo! Spessissimo, infatti, le distanze sono lunghe.

Per raggiungere scuola, lavoro o semplicemente un luogo di svago, possono essere necessarie anche due ore. Bisogna, infatti, utilizzare più mezzi pubblici, con diversi cambi di linea tra i quali percorrere lunghi a tratti a piedi. Anche il transfer tra una linea e l’altra della metro, ad esempio, può implicare di dover camminare per alcuni minuti.

Ecco svelato uno dei motivi per cui i Coreani, soprattutto i Seouliti, utilizzano scarpe comodissime e con questo intendo anche ciabatte, sia d’estate sia d’inverno!

È, infatti, rarissimo incontrare donne con tacchi vertiginosi e capita che uomini in giacca e cravatta si presentino con ai piedi un bel paio di ciabatte da doccia o zoccoli di gomma! La cosa che trovo ancora stramba è che nessuno ci fa caso.

Una volta un’amica coreana di mia figlia, ridendo ha detto: «Noi Coreani siamo pignoli nel vestire, ma poi quando arriviamo ai piedi ci perdiamo». La cosa mi ha fatto sorridere ma, pensandoci, suppongo che il motivo è anche da ricercare nel fatto che ai Coreani piacciono le comodità.

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Le Hahoetal (하회탈)

Le tradizionali maschere simbolo della cultura coreana

di Donatella Perullo

Le Hahoetal sono tradizionali maschere coreane, considerate tra gli emblemi più rappresentativi della cultura del Paese e classificate come Tesoro nazionale n. 121. La più antica di queste maschere è esposta nel Museo Nazionale della Corea. Le Hahoetal raffigurano i personaggi messi in scena durante l’Hahoe Byeolsin gut Mask Nori. Patrimonio dell’UNESCO, quest’ultimo è una cerimonia eseguita, sin dalla metà del dodicesimo secolo, dagli abitanti del villaggio di Hahoe e di Byeongsan. La rappresentazione si svolge tra dicembre e gennaio, per onorare la dea Seonangshin e chiederle di concedere ai residenti una vita prospera. L’origine esatta delle maschere Hahoe non è del tutto nota, ma esiste una suggestiva leggenda che narra la loro creazione:

Una notte un giovane di nome Huh sognò una divinità protettrice che gli ordinò di creare, in cento giorni, dodici maschere, restando in totale isolamento. Deciso a onorare il volere della divinità, il ragazzo fece un bagno purificatore e appese al cancello principale una corda di paglia per allontanare gli spiriti maligni. Dopo di ciò, si chiuse in casa per assolvere il compito affidatogli. La fidanzata di Huh, una giovinetta di diciassette anni appartenente alla famiglia Kim, sentiva tantissimo la mancanza del suo amato. Impaziente di rivederlo il novantanovesimo giorno la ragazza si avvicinò alla sua casa. Andò a una finestra di carta e per spiarlo di nascosto, fece un piccolo foro con un dito.

La maschera Hahoetal rivisitata dall’artista ©Kael Ngu – credit Artstation.com

In quel momento, Huh stava lavorando all’ultima maschera, quella della serva Imae, alla quale mancava ancora il mento. Non appena la giovane vide il suo amato, infrangendo il volere della divinità, lui iniziò a sputare sangue e morì. A quel punto, la giovane innamorata, resasi conto di ciò che era appena accaduto al suo amato, si spense di crepacuore. Mossi a compassione, gli abitanti del villaggio eseguirono un esorcismo che permise alle anime dei due innamorati di essere elevate al rango di divinità e sposarsi nell’aldilà. La fanciulla diventò così protettrice del villaggio.

Tra tutte le maschere, la sola ad avere le sembianze di una divinità è quella di Gaksi, la maschera della sposa. Si dice che rappresenti la sfortunata protagonista della leggenda, divenuta Seonangshin, divinità protettrice del villaggio. La cerimonia rituale fu creata quindi, per onorare i due giovani innamorati e dare sollievo alle loro anime tormentate. Dapprincipio le Hahoetal erano dodici e rappresentavano i personaggi necessari per interpretare tutti i ruoli nello spettacolo. Di quelle dodici maschere tre sono, purtroppo, andate perdute.

Le maschere andate smarrite sono: Ttoktari – il vecchio, Pyolch’ae – l’esattore delle tasse e Ch’ongkak – lo scapolo.

Le Hahoetal conservate sono: Chuji – il leone alato; Gaksi – la giovane sposa; Chung – il monaco buddista; Yangban – l’aristocratico; Ch’oraengi – il servitore dell’aristocratico; Seonbi – lo studioso; Punae – la concubina; Paekjung – il macellaio; Halmi – la vecchia e Imae – la serva dello studioso.

In genere, le maschere di altre regioni sono create utilizzando zucche o cartapesta. Le Hahoetal sono realizzate, invece, in legno di ontano laccato più volte al fine di ottenere colori particolari. I volti raffigurati possono essere di colore albicocca, rosso scuro, arancione o vermiglio in base al sesso, all’età, allo status e alla personalità del personaggio. I lineamenti delle Hahohetal non sono sempre simmetrici. Lo sono la maschera del nobile, Yangban, e quella dello studioso, Seonbi. Quella del servo, Chorani, invece è asimmetrica e ha la bocca storta. Alcune maschere hanno occhi stretti o altre un’iride ad anelli bianchi. Ad avere gli occhi socchiusi sono i personaggi forti, avvantaggiati sia fisicamente sia socialmente. I deboli che sono insoddisfatti o ostili, hanno gli occhi cerchiati. 

Sulle Hahoetal, anche il naso rivela molto dei personaggi. Il nobile e lo studioso lo hanno aguzzo e aquilino, mentre il servitore e il funzionario che sono di rango inferiore hanno un naso basso e largo. La bocca del nobile e dello studioso ha un aspetto ordinario, quella del servitore invece è storta. Rispetto alle maschere tradizionali di altre regioni, alcune Hahoetal hanno la mascella inferiore collegata a quella superiore tramite una cinghia. In questo modo, spostando la testa avanti e indietro, gli attori possono cambiare le espressioni della maschera. La tecnica del separare la mascella dal resto del viso è chiamata jeorak e si trova raramente in maschere di altre regioni. Le Hanoetal sono anche le sole a non essere bruciate al termine della rappresentazione, come avviene il più delle volte alle maschere di altre regioni.

Nel Drama Money Heist: Korea – Joint Economic Area, i rapinatori utilizzano la maschera Yangban, l’aristocratico. Yangban è il personaggio con più potere tra quelli della celebrazione, quindi spesso oggetto di scherno da parte degli altri personaggi. Nel periodo della dinastia Joseon, gli yangban erano la classe sociale più importante, costituita da funzionari sia civili (munban) sia militari (muban). Da qui deriva il nome yangban che significa due classi. Il termine, nato al tempo della dinastia Goryeo, nel corso dei secoli ampliò significato e durante la dinastia Joseon, iniziò a rappresentare l’intera classe dei proprietari terrieri. È plausibile che la scelta della maschera Yangban per il remake coreano de La Casa de Papel, sia dovuta al fatto che è la più rappresentativa tra le Hahoetal, ma non solo.

In genere, la maschera Yangban è utilizzata per criticare la classe nobile. Secondo alcune fonti, però, in molte rappresentazioni, chi indossa la maschera Yangban interpreta il ruolo di paladino del Seonbi, lo studioso. Solitamente, quindi Seonbi e Yangban sono personaggi alleati, che vogliono mettersi in mostra.  La maschera dell’aristocratico ha gli occhi stretti, circondati da rughe e con profonde sopracciglia scure. La sua espressione è una combinazione di bluff ed espressione rilassata. Può apparire minaccioso con la bocca chiusa e giocoso se muove il mento. È dunque un personaggio ambiguo che potrebbe sembrare allegro, ma che nelle messe in scena a volte fa fustigare a morte chi lo insulta. Tutto ciò spiegherebbe ulteriormente il motivo della scelta della produzione di Money Heist: Korea – Joint Economic Area, proprio dell’Yangban Hanoetal, tra tutte.

Fonti: 1, 2, 3, 4.

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Il Bossam all’epoca Joseon (보쌈 조선)

Il matrimonio con rapimento che spesso permetteva alle vedove di aggirare l’impedimento di risposarsi

Immagine di copertina  – Illustrazione di Ahyeon

di Donatella Perullo

Oggi in Corea la parola Bossam (보쌈) è per lo più riferita a un popolare piatto a base di pancetta di maiale avvolta in foglie di cavolo e cotta al vapore. Nell’epoca Joseon però il termine Bossam rappresentava una forma insolita di matrimonio che prevedeva il rapimento della donna, dopo averla coperta con un sacco. L’usanza ebbe origine dal divieto che a quei tempi impediva alle vedove di risposarsi e il matrimonio Bossam era il solo tollerato per loro.

Erano possibili due tipi di Bossam per le vedove: uno concordato con il permesso dei genitori della donna e l’altro forzato, eseguito senza nessun consenso. Per precisione bisogna però specificare che nell’epoca Joseon un matrimonio Bossam poteva coinvolgere, anche se con meno frequenza, non solo le vedove, ma anche ragazze vergini o giovani scapoli. Quando quest’ultima eventualità si verificava, a essere soggetti al Bossam erano celibi residenti nelle aree periferiche.

L’usanza del Bossam si diffuse nella società Joseon che costringeva le vedove a restare fedeli al marito defunto e impediva loro di risposarsi. La dinastia Joseon era orientata al confucianesimo e di tipo patriarcale, ciò tendeva a limitare molto la libertà delle donne. In quel periodo, ad esempio, gli uomini potevano avere più di una moglie e se restavano vedovi avevano la possibilità di risposarsi. Alle donne, invece, questa possibilità era preclusa. Anche per questo la tradizione del Bossam spesso era compiuta con il consenso dei genitori delle vedove. Preoccupati per le figlie che in alcuni casi avevano già trovato in clandestinità un nuovo innamorato, questi permettevano segretamente il Bossam. Grazie ad esso potevano evitare critiche e punizioni, facendo sembrare che dopo il rapimento la figlia non avesse scelta che risposarsi. Sebbene dunque la consuetudine del Bossam non sia stata mai ufficializzata, diventò un’usanza segreta.

Quando il Bossam era frutto di un accordo confidenziale, si teneva in un giorno prestabilito. L’uomo irrompeva in casa della vedova con altri complici, in genere da tre a cinque, e fuggiva con la donna avvolta in un telo. I familiari attendevano qualche istante per dargli un po’ di vantaggio, dopodiché uscivano dalla casa, impugnando bastoni e forconi, gridando e chiedendo aiuto. Questo per informare i vicini che la vedova era stata rapita e non aveva commesso infedeltà. Dopo di ciò la famiglia non sporgeva denuncia ufficiale al funzionario. Così, anche se il funzionario veniva a sapere dell’accaduto, non essendo stata formulata accusa, non indagava né faceva ricerche e il ‘rapitore’ non subiva conseguenze.

“Amanti al chiaro di luna” – Opera dipinta durante la tarda dinastia Joseon dal pittore coreano Shin Yunbok (Tesoro Nazionale n°135)

Il Bossam non era pratica esclusiva delle classi meno abbienti, ma era attuato anche nelle case Yangban, appartenenti cioè alle famiglie dei proprietari terrieri. Quando c’era una figlia o una nuora divenuta da poco vedova, i genitori provavano pietà per lei e di nascosto mandavano un giovane a rapirla per portarla a casa dell’uomo da loro scelto. In questo caso, l’uomo doveva accettare la donna anche se non gli piaceva. Questo metodo era utilizzato nelle case Yangban anche per prendere concubine.

A differenza del Bossam consensuale, il Bossam forzato non era tollerato ed era una pratica piuttosto violenta. Cinque o più uomini forti e determinati, spesso amici intimi del rapitore oppure prezzolati, facevano irruzione in casa della donna. Alcuni restavano di guardia, altri entravano nella stanza della malcapitata, brandendo attrezzi agricoli come mazze, falci e picconi. Tra questi uno copriva la donna con un sacco, la prelevava di forza e fuggiva. In alcuni casi, se i familiari li inseguivano, i rapitori li attiravano in un fienile e li malmenavano. Come per il Bossam consensuale, anche per quello forzato in genere non si sporgeva denuncia al funzionario. Questo perché, anche se informato, il funzionario raramente indagava sul crimine poiché il capo di un villaggio nel quale c’erano molte vedove, donne mature vergini e scapoli poteva essere punito.

Verso la fine della dinastia Joseon il Bossam divenne un problema sociale a causa dei bobu-sang.  I bobu-sang erano mercanti itineranti che vendevano le loro merci nei mercati di ogni regione. Spesso rapivano le vedove per soddisfare le loro esigenze sessuali. A volte arrivavano a assaltare i villaggi in pieno giorno e giravano di casa in casa per sequestrare tutte le vedove. Per questo motivo, durante il regno di re Gonjong si tentò di impedire il Bossam rendendolo fuori legge, ma inutilmente. Così, anche a causa dei bobu-sang, la paura rese più frequente l’usanza di affrettare il matrimonio delle vedove.

Come dicevo, il Bossam non riguardava solo le donne che avevano perso il marito e le vergini, ma spesso anche gli scapoli. C’erano casi in cui era una vedova a far rapire un uomo e altri in cui uno scapolo era costretto al Bossam con una vergine. Il matrimonio Bossam di uno scapolo era messo in pratica da vedove o vergini che volevano evitare di essere depredate. Una sorta, dunque, di prevenzione. In genere vittime del Bossam dello scapolo erano giovani provenienti dalle province. Non pratici della topografia di Seoul e non avendo parenti in città, i forestieri erano prede più facili. Pare ci siano stati molti casi di studenti giunti a Seoul per sostenere degli esami, rimasti vittima del Bossam.

Nel 2021 il Drama storico Bossam: Steal the Fate, Ambientato durante la dinastia Joseon sotto Gwanghaegun, è stato incentrato su questa particolare pratica. Nella storia il protagonista Ba-Woo, interpretato da Jung Il-Woo, è un uomo dedito al gioco d’azzardo e ai furti che non disdegna di farsi assoldare per eseguire Bossam. Un giorno durante l’esecuzione di un Bossam, rapisce per errore la principessa Soo-Kyung, ruolo impersonato da  Kwon Yuri. Soo-Kyung è la figlia del principe Gwanghae e nuora del nemico di Ba-Woo. Per accordi politici, la giovane era stata costretta a sposare il fratello maggiore dell’uomo di cui era innamorata. Lo stesso giorno delle nozze, però, il marito era morto, lasciandola vedova. L’errore commesso da  Ba-Woo cambia il suo destino e quello di Soo-Kyung. Il drama rappresenta una buona ricostruzione storica del Bossam e racconta l’oppressione vissuta dalle donne e dai più poveri in quel periodo.

Fonti: (1); (2); (3).

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L’Ispettore Reale Segreto(암행어사)

Il controllo del re sulle amministrazioni locali

di Gabriele Discetti

L’ispettore reale segreto (암행어사 – Amhaengeosa) era una carica istituzionale nata sotto la dinastia Joseon. Ogni ispettore reale era nominato personalmente dal re e inviato nelle province, in assoluto incognito, per controllare e monitorare gli ufficiali governativi delle amministrazioni locali. A differenza dei normali ispettori che facevano capo all’Ufficio Generale degli Ispettori, gli ispettori reali facevano riferimento direttamente al re.

Contrariamente a quanto si possa pensare, a essere scelti come ispettori reali erano i più giovani. Questo perché dovevano viaggiare per lunghe distanze. Gli ispettori reali erano in genere trentenni di basso o medio rango, fisicamente forti e caratterizzati da un radicato senso di giustizia. Non avevano nessun legame di sangue con i governatori locali, nonché ottimi risultati agli esami di stato. La loro carica era temporanea, ma avevano il potere di licenziare funzionari locali in nome del re.

La nomina a ispettore reale avveniva tramite una lettera nella quale erano specificate  destinazione e missione da portare a termine. Per assicurare la segretezza della missione, l’ispettore poteva aprire la lettera solo una volta uscito dalla capitale.

Giunto a destinazione, l’ispettore assolveva il suo compito in segretezza. Compiute le indagini, poteva rivelarsi all’amministrazione locale e denunciare le ingiustizie o i crimini commessi dai funzionari. Dopo di ciò, tornava alla capitale e forniva al re un dettagliato resoconto. In esso metteva in luce anche l’umore della popolazione del luogo e forniva raccomandazioni al sovrano per un’amministrazione migliore.

Il titolo di ispettore reale è menzionato nelle fonti ufficiali per la prima volta nel 1555 durante il regno di Myeongjong. Sappiamo però da altri testi che queste figure erano in attività già nel 1509.

Indubbiamente, il sistema degli ispettori reali aveva il merito di ridurre la corruzione degli amministratori locali, i quali avevano sempre il timore di essere segretamente controllati.

C’erano tuttavia alcuni risvolti negativi. Circa il 30% degli ispettori reali non sopravviveva all’incarico. Alcuni morivano uccisi da animali selvatici, altri da banditi e altri ancora assassinati da funzionari corrotti. In più, gli ispettori reali dovevano pagare di tasca propria le spese del viaggio. Spesso erano addirittura costretti a mendicare, pur di mantenere la segretezza del loro incarico.

Durante il regno di Sukjong (1674-1720) gli ispettori reali furono anche sfruttati per eliminare funzionari appartenenti a fazioni avverse alla casata reale.

Si calcola che durante la dinastia Joseon furono nominati circa 670 ispettori reali, anche se, a causa delle scarse fonti dei tempi più antichi, il numero è sottostimato.

Tra gli ispettori reali più noti vi fu Yi Hwang (1501-1570), fondatore di un’accademia confuciana privata e conosciuto con lo pseudonimo di Toegye o Gyeongho. La sua nomina avvenne nel 1542. Fu implacabile e incorruttibile, epurando numerosi funzionari corrotti. La sua rettitudine lo portò a scontrarsi persino con la corte reale. A causa di ciò fu esiliato più volte dalla capitale. Disilluso dalle lotte di potere all’interno della corte, in un primo momento si dimise e lasciò la sua carriera politica. All’età di quarantotto anni, però, accettò la nomina a governatore di Punggi, dove fondò l’accademia confuciana Baekundong Seowon. Durante tutto l’arco della sua vita ricoprì 140 incarichi politici e si dimise settantanove volte.

Altro importante ispettore reale segreto fu Park Mun-su che fu funzionario nel periodo del re Yeongjo di Joseon. Fu celebre per aver trascorso la vita a proteggere il popolo coreano dai funzionari reali corrotti. Park Mun-su superò l’esame di stato nel 1723 e in seguito divenne Ispettore Reale Segreto. È l’ amhaengeosa più famoso nella storia della Corea, tanto da divenire una sorta di figura eroica. Su di lui e sui suoi successi nelle vesti di Ispettore Reale Segreto si narrano molte leggende. Una di esse è la seguente:

Un giorno, mentre percorreva una strada di campagna, sfinito dalla fame, Park Mun-su stramazzò al suolo. Poco dopo passò di lì una donna che era con altre in cerca di erbe e lo soccorse. La giovane che aveva partorito da poco, si rese conto che l’uomo era svenuto per l’inedia. Purtroppo non aveva cibo con sé, così cercò di salvarlo nutrendolo con il suo latte materno. In quel momento, le altre donne che erano con lei alla ricerca di erbe assistettero alla scena e corsero a riferire l’accaduto al marito della ragazza. Furioso, l’uomo iniziò a picchiare sua moglie e Park Mun-su.

Solo quando Park Mun-su gli mostrò il medaglione che lo identificava come ispettore reale segreto l’uomo si fermò e  implorò perdono. Park Mun-su rimproverò il marito e riprese il cammino. Per aver assalito il funzionario reale l’uomo rischiò di essere punito dall’ufficio del governo, ma Park Mun-su lo fece perdonare. Decise anche che avrebbe ricompensato la giovane madre per averlo salvato. Come ricompensa le donò cinquanta acri di risaie, specificando però che i terreni sarebbero stati di proprietà della donna che l’aveva salvato e non di suo marito.

Oggi la figura storica dell’ispettore reale è ritornata in auge nella cultura popolare grazie alle serie tv. Sono numerosi i Drama che ispirati nel tempo a quest’affascinante figura storica. Il Drama Amhaengeosa- Royal Emissary andò in onda settimanalmente dal 1981 al 1986 per un totale di 168 episodi di un’ora l’uno. Nel 2002 L’ispettore Park Mun-su, drama di quindici episodi, fu presentato come remake del drama del 1981 ma pare avesse poco in comune con esso. Nel 2009 vinse diversi premi la commedia romantica Tamra, the Island che era ambientata sull’isola di Jeju, nell’epoca Joseon chiamata Tamra. Il Drama aveva come protagonista maschile Im Joo-hwan nei panni di un ispettore reale segreto.

Più di recente gli Ispettori reali segreti sono tornati a stuzzicare la fantasia degli sceneggiatori. Nel drama Royal Secret Agent (2020), è stato l’attore e cantante Kim Myung-soo (L) a impersonare l’ispettore segreto Yi-gyum, accanto alla protagonista Kwon Nara. La serie racconta le vicissitudini Sung Yi-gyum (Kim Myung-soo), un giovane che lavora nel dipartimento amministrativo e di ricerca dell’ufficio governativo. Quando è sorpreso a giocare d’azzardo, come punizione è nominato ispettore reale segreto e costretto a indagare sulle pratiche corrotte dei pubblici ufficiali. Yi-gyum svolgerà il nuovo lavoro con l’aiuto di Hong Da-in (Kwon Nara), un ispettore donna, e Park Chun-sam (Lee Yi-kyung), il suo servitore. Il drama è stato trasmesso da  iQIYI con sottotitoli in inglese, in Italia è stato tradotto dal RaMa Oriental Fansub.

Ultima in ordine di tempo è la commedia romantica  Secret Royal Ispector  & Joy (2021) visibile su Viki con abbonamento Standard. Vede il cantante e attore Ok Taec-yeon nei panni dell’ispettore segreto reale Ra Yi-eon e l’attrice Kim Hyee-yoon nelle vesti della divorziata Kim Jo-yi. Ra Yi-eon è un impiegato pubblico che amerebbe trascorrere le sue giornate a vendere gnocchi in un piccolo negozio fuori dai territori del palazzo. Per la sua acuta intelligenza, è nominato ispettore segreto. Kim Jo-yi è una donna appassionata che anticipa i tempi e crede nel diritto delle persone a divorziare. Vive in un’epoca in cui le donne non possono nemmeno far parte del registro di famiglia. Sogna, però, di riacquistare la libertà e cominciare una nuova vita. I due si uniscono per combattere a corruzione.

Fonti: (1), (2), (3), (4), (5).

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Chilseok (칠석), la festa degli innamorati

Il San Valentino estivo in terra coreana

di Gabriele Discetti

Il Chilseok (칠석) è una festività coreana spesso associata al San Valentino occidentale. In realtà molte sono le differenze tra le due. In primis il Chilseok cade il settimo giorno del settimo mese del calendario lunisolare coreano. Pertanto non è una ricorrenza fissa, ma varia di anno in anno. Nel 2021, ad esempio, è stata festeggiata il 14 agosto, nel 2022 cadrà il 4 agosto.

Il Chilseok ha origine dal festival cinese Qixi. Il Qixi è lo stesso da cui deriva il Tanabata, festività giapponese chiamata anche Festa delle stelle o Festa delle stelle innamorate. La festa di Qixi (o Qiqiao) è detta festa del doppio sette, notte dei sette o giorno di San Valentino cinese. Il Chilseok ha mantenuto la tradizione di festeggiare il 7° giorno del 7° mese lunisolare come quella cinese.

Come ogni festività antica, anche il Chilseok trae origine da una leggenda molto suggestiva che sono contento di potervi raccontare.

Un re celeste aveva una figlia chiamata Jiknyeo, la quale era una tessitrice di grande talento. Un giorno la ragazza, mentre era intenta a tessere, vide un giovane pastore di nome Gyeonwu e se ne innamorò.  Il padre permise il matrimonio ma da sposati, presi dal loro amore, i due cominciarono a tralasciare i loro mestieri. Jiknyeo non tesseva più, Gyeonwu non si occupava più delle pecore. Il re infuriato obbligò la coppia a vivere lontani, separati dalla Via Lattea. Era permesso loro di vedersi soltanto un giorno all’anno, il settimo giorno del settimo mese. Solo in quell’occasione corvi e gazze avrebbero creato un ponte sulla Via Lattea per ricongiungere i due amanti.

Si dice dunque che corvi e gazze non abbiano piume sulla testa proprio perché calpestati dai piedi dei due sposi. Inoltre c’è la credenza secondo la quale se il giorno della ricorrenza piove, vuol dire che i due amanti sono felici di vedersi. Se invece piove il giorno seguente, allora vorrà dire che i due sono tristi perché dovranno aspettare un altro anno prima di rivedersi. Non è un caso che la festività cada il settimo giorno del settimo mese. In quel giorno, infatti, le due stelle Vega e Altair sono vicine nella volta celeste e una terza stella, Deneb, che forma un simbolico ponte tra le due.

Il Chilseok cade in un periodo in cui il caldo diminuisce e inizia la stagione delle piogge. Le abbondanti piogge favoriscono le coltivazioni di cetrioli, meloni e zucche, quest’ultime mangiate fritte durante la festività.

Altri cibi tipici di questo giorno di festa sono quelli a base di grano: spaghetti, torte e frittelle. Per i coreani è una delle ultime occasioni di gustare cibi derivati dal grano. Difatti venti freddi  che seguono tale periodo rovinano il grano fino all’anno successivo.

Jiknyeo rappresentata nell’opera “Bride of Wings”dell’artista Kate Adams- Credit Song Kang Art – © Kate Adams

Per i buddhisti il Chilseok è l’occasione per pregare e fare offerte nei templi. In occasione di questa festività, in passato si era soliti pregare per un buon raccolto. Inoltre le donne invocavano lo spirito di Vega, che simboleggia Jiknyeo, per migliorare la propria abilità nel ricamo.

Il Chilseok è l’occasione per gli innamorati di stare insieme, guardare le stelle e mangiare cibi tradizionali.

Fonti (1), (2), (3), (4)

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Il Bulgasari (불가사리)

l’essere immortale affamato di metallo, nato dai chicchi di riso

di Gabriele Discetti

Il Bulgasari è un mostro leggendario, la cui origine risale agli ultimi anni del periodo Goryeo (918-1392).

Nonostante il suo aspetto spaventoso, simile a un cane di grossa taglia con una proboscide, il Bulgasari era spesso dipinto sui paraventi o sui camini. Ciò perché si riteneva offrisse protezione dagli incendi e altri disastri. Secondo alcune leggende, il Bulgasari ha il corpo di orso, naso e orecchie di elefante, occhi di rinoceronte, coda da bovino, zampe di tigre e il pelo acuminato.

Una volta in Corea gli incendi erano piuttosto comuni e potevano causare ingenti danni, perché le tipiche case orientali erano principalmente di legno.

Il Bulgasari è presente nel Songnamjapji (Raccolta di racconti di Songnam) risalente al tardo Joseon (1392-1897). Nel brano “Gli ultimi anni di Songdo” si narra di un mostro che aveva divorato tutto il metallo della capitale di Goryeo, cioè Songdo. Gli abitanti tentarono in tutti i modi di ucciderlo, ma invano. Neanche buttarlo vivo nel fuoco servì. Anzi, avvolto dalle fiamme, il Bulgasari uscì dal fuoco e bruciò tutte le case circostanti. Per tale ragione chiamarono l’essere Bulgasari, che letteralmente significa “Impossibile da uccidere”.

Il Bulgasari è presente in tante leggende diverse tra loro per alcuni particolari. La sua storia si lega anche alla vicenda dell’arresto dei monaci buddhisti durante il periodo Goryeo.

I Bulgasari in un’antica raffigurazione – collezione privata

Si racconta che dopo la promulgazione di una legge ordinante l’arresto dei monaci buddhisti, uno di essi trovò rifugio presso l’abitazione della sorella. Tuttavia lei suggerì al marito di denunciarlo alla polizia per impossessarsi di tutti i suoi averi. L’uomo anziché denunciare il monaco, uccise la moglie e liberò il monaco.

Durante il periodo passato nascosto nell’armadio della sorella, il monaco aveva creato un mostro con i chicchi di riso. Per nutrirlo, gli aveva dato da mangiare aghi di metallo. Finiti gli aghi, il mostro uscì dalla casa per mangiare qualsiasi oggetto di metallo, diventando sempre più grande. A un certo punto il governo dovette prendere provvedimenti. Tentarono di catturarlo, ucciderlo con spade e frecce, infine si provò col fuoco. Tutti i tentativi furono inutili.

Il Bulgasari in una raffigurazione di un racconto popolare

In alcune varianti della leggenda il mostro fu ucciso da un eminente monaco buddhista, come a simboleggiare la riappacificazione tra il credo e il governo.

Anche un’altra storia legata al Bulgasari ha come protagonista un monaco buddhista.

Il monaco aveva ricevuto una profezia da un divinatore che prevedeva per lui la nascita di cento figli. L’uomo cominciò così a legarsi con le donne che giungevano al tempio per pregare. Arrivato a novantanove figli, il monaco tentò di violentare la moglie di un ministro, finendo così nella lista dei ricercati. Divenuto fuggitivo si rifugiò a casa della sorella e da questo punto la leggenda segue il corso della più comune storia riportata sopra.

Il Bulgasari è conosciuto anche come Hwagasari, tradotto “Ucciso dal fuoco”. Il motivo di questa discrepanza tra l’essere immortale e l’essere, invece, vulnerabile al fuoco è dovuto a un’altra variante della leggenda. In essa il mostro è effettivamente ucciso tra le fiamme. Il Bulgasari fu attirato con un rottame di metallo, gli fu incendiata la coda e morì carbonizzato.

Stando a un’altra versione della leggenda, il Bulgasari fu creato dal monaco buddhista per ringraziare il marito della sorella, il quale aveva preferito uccidere la moglie, invece di consegnarlo alla polizia.

Sta di fatto che, nonostante le differenze tra le storie, un elemento resta costante, cioè il tradimento della sorella. Il racconto è un ammonimento all’avidità che distrugge finanche i rapporti familiari. Se invece allarghiamo l’orizzonte al periodo storico, la leggenda del Bulgasari ucciso dalle fiamme può essere vista come una metafora che indica la fine di una dinastia (Goryeo) e l’inizio di una nuova (Joseon).

Il bassorilievo raffigurante Bulgasari sito presso il padiglione Gyeonghoeru del Palazzo Gyeongbokgung

Finóra ancora nessun korean drama ha avuto un Bulgarari come protagonista e neanche come antieroe. Qualche mese fa una notizia anticipava la probabile uscita di un Drama fantasy incentrato su una rivisitazione di questa creatura mitologica. Nulla però è stato ancora confermato.

Fonti (1); (2); (3) Fonti foto: (4); (5)

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Habaek(하백)

il dio dell’acqua
La figura mitologica che ha ispirato il manhwa e il drama “La sposa di Habaek”

di Gabriele Discetti

Habaek, conosciuto anche come Pungyi o Bingyi, è il dio del fiume Amnok, confine naturale tra la Corea e la Cina insieme al fiume Tumen. Questa è l’interpretazione più diffusa, che vede Habaek come divinità della civiltà di Goguryeo e legata all’elemento dell’acqua. Tuttavia secondo alcune fonti meno note, egli potrebbe invece essere il dio Sole.

La figura di Habaek servì a Goguryeo per creare una discendenza divina della propria dinastia reale e legarla anche al regno di Buyeo.

Si narra che il dio dell’acqua avesse tre figlie: Yuhwa, Wuihwa e Hweonhwa. Un giorno, mentre si bagnava nell’acqua del fiume, Yuhwa, la maggiore, si imbatté in un giovane che guidava un carro trainato da cinque draghi. Era Hae Mo-su, il figlio del cielo. I due si innamorarono e decisero di sposarsi, senza che Yuhwa chiedesse il permesso a suo padre. Ovviamente Habaek esplose di rabbia per il gesto oltraggioso di Yuhwa e sfidò Hae Mo-su a un duello basato sulle metamorfosi. Habaek si trasformò in una carpa poi in un cervo e infine in una quaglia. Fu battuto, però, tutte le volte da Hae Mo-su che dapprima si trasformò in una lontra, poi in un lupo, quindi in un falco. Sconfitto nella sfida che egli stesso aveva scelto, il dio dell’acqua non poté far altro che acconsentire alle nozze.

Un’antica rappresentazione del dio Habaek

Nonostante il matrimonio potesse essere celebrato con la benedizione del padre, Yuhwa decise di abbandonare il carro di Hae Mo-su prima di ascendere al cielo. Quando però Yuhwa tornò dal padre, questi, nuovamente umiliato dal comportamento della figlia, la condannò all’esilio sul fiume Donbuyeo e a una vita mortale.

I pescatori della zona liberarono Yuhwa portandola da re Geumwa, il sovrano locale. Qualche tempo dopo Yuhwa, che era già incinta di Hae Mo-su, diede alla luce Jumong, destinato a diventare re Dongmyeong, il fondatore di Goguryeo. Habaek era dunque il nonno materno di Jumong. Hae Mo-su fondò invece il regno di Buyeo, a nord di Goguryeo. Questa leggenda servì al sovrano per unificare le terre a nord e creare il grande regno di Gogureyo, che durò ben sette secoli (37 a.C. – 668 d.C.).

L’elemento a cui questo dio è legato, l’acqua, era di vitale importanza per la civiltà di Goguryeo. Per evitare che le inondazioni arrecassero danni alle colture, erano di frequente sacrificate vergini in onore di Habaek. Pare fossero offerte donne anche per ingraziarsi il dio e superare facilmente il fiume da lui protetto.

Habaek nel manhwa di Yoon Mi-kyung – Fonte (1)

La posizione del fiume Amnok rende la figura di Habaek presente sia nella cultura coreana sia in quella cinese. In Cina è conosciuto però come Hebo o come Bingyi, nome che coincide con quello utilizzato talvolta anche in Corea. Da fonti cinesi sappiamo che sua moglie era Bokbi, anch’ella divinità dell’acqua, che diede alla luce le tre figlie. Secondo alcune leggende cinesi Habaek era originariamente un essere umano. Queste fonti sono però lontane dalla tradizione coreana. Esse legano infatti la divinità dell’acqua cinese al Fiume Giallo, allontanandosi dunque dalla posizione che danno al mito i coreani, cioè il fiume Amnok. Sarebbe sbagliato quindi considerarli entrambi come parte della tradizione culturale coreana.

Habaek non unisce solo Corea e Cina, ma come spesso accade la cultura coreana si intreccia inevitabilmente con quella giapponese. In Giappone esiste il Kappa (o Kawatarō), divinità dell’acqua nipponica, a cui ci si riferisce seppur di rado col nome “habaek”, o fantasma dell’acqua. Habaek, Hebo e Kappa appartengono alla stessa famiglia di divinità indicate col termine suijin (letteralmente dio dell’acqua), comune a tutt’e tre le culture.

Habaek nel manhwa di Yoon Mi-kyung – Fonte (1)

A partire dall’aprile 2008 è stato pubblicato un manhwa, oggi ormai concluso, intitolato La sposa di Habaek (하백의 신부). Nel manhwa di Yoon Mi-kyung racconta la storia d’amore tra il dio dell’acque e una vergine sacrificale.

Quando la siccità sta rendendo aride le terre, una vergine viene offerta al dio Habaek per ottenere la sua grazia. Proprio come avvenivano i sacrifici nell’antichità, la ragazza di nome Soa è posta su una barca e lasciata alla deriva. Dopo una tempesta, la giovane si risveglia nel mondo di Habaek, scoprendo con grande stupore che il grande dio delle acque ha il corpo di un bambino. Tuttavia di notte egli si trasforma in un affascinante giovane. Il dio decide di celare la sua identità notturna alla donna, fingendosi un parente di nome Mui. Habaek è suo malgrado vittima di una maledizione della sua prima moglie deceduta, Nangbin.

Quando conosce meglio Soa, se ne innamora e le rivela la sua identità. Habaek è però ancora legato al ricordo della defunta moglie. Così quando scoprirà che potrebbe essere ancora viva, la relazione del dio con Soa si complicherà non poco.

Il poster del Drama “La sposa di Habaek”

Il Manwa ha riscosso grande successo, tanto che nel 2017 è stato trasposto in un omonimo Drama che rivisita la storia in chiave moderna. Interpretato da  Nam Joo-Hyuk , nei panni di Habaek e  Shin Se-Kyung in quelli di So-Ah, The Bride of Habaek è attualmente visibile su Viki.

Fonti: (1) (2) (3)

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