Re Gwangjong di Goryeo, il fascino dell’Imperatore splendente

di Maria de riggi

Molti di noi hanno conosciuto questo personaggio storico attraverso la visione di uno dei Drama coreani di maggior successo: Moon Lovers nel quale è l’attore Lee Joon Gi a prestare il volto al futuro re Gwangjong. La sceneggiatura di Moon Lovers – Scarlet Ryeo è ispirata al romanzo Bubujingxin scritto nel 2005 dall’autrice cinese Tong Hua. Il romanzo che racchiude anche elementi fantastici, racconta la vita del quarto principe Wang Soo, prima della sua ascesa al trono. Quanto però dell’affascinante personaggio Wang So rispecchia la realtà del quarto principe vissuto nell’antico regno di Goryeo?

Gwangjong nacque nel 925 con il nome di Wang So, era il quarto figlio di re Taejo il quale aveva fondato Goryeo nel 918. Wang So ascese al trono nel 949 e prese il nome di Gwangjong, l’Imperatore Splendente. Aveva ventiquattro anni e regnò fino alla morte, avvenuta nel luglio del 975.

Il nome Goryeo significa alte montagne e acque impetuose e deriva da Goguryeo, uno dei Tre regni di Corea. Nel quinto secolo, il regno di Goguryeo cambiò nome in Goryeo. Secondo lo storico contemporaneo Choe Seungno, Gwangjong:

Era attento e laconico ma audace se doveva cogliere un’opportunità. Aveva un aspetto e qualità eccellenti e ha ricevuto un amore speciale da suo padre.

Salito al trono, Wang So decise di non sposare una nobile, ma di unirsi con un’appartenente alla famiglia reale. Questo per impedire alle famiglie blasonate di incrementare il proprio potere, unendosi alla casata reale.

La regina Daemokera, infatti, era la sua sorellastra, mentre la sua seconda moglie, la principessa Gyeonghwagung, era figlia di Hyejong il secondo re di Goryeo e fratello maggiore di Wang So. 

Conscio dell’importanza del suo ruolo, per capire meglio cosa fare re Gwangjong volle studiare il libro Difan  Regole per un imperatore di Taizong di Tang.

La sua prima riforma fu la legge di emancipazione degli schiavi, nel 956. In quell’epoca le famiglie nobili possedevano molti schiavi, la gran parte dei quali erano prigionieri di guerra che operavano come soldati privati. Erano molti più della gente comune e non pagavano le tasse alla corona, ma al clan per cui lavoravano. Emancipandoli e rendendoli cittadini comuni, Gwangjong indebolì il potere nobiliare e fece guadagnare contribuenti e potenziali soldati all’esercito reale. Questa riforma valse il sostegno immediato del popolo al suo governo, ma ovvia opposizione da parte dei nobili.

Fotocredit: Tomba di re Gwanjiong: (1); Ritratto di re Gwangjiong: (2).

Nel 958 Gwangjong decise di espellere dalla corte i membri delle famiglie potenti e di sostituirli con funzionari civili assunti in base al merito. Per fare ciò istituì l’esame per il servizio civile nazionale. La prova si basava sulla conoscenza sia del servizio civile Tang sia sui classici confuciani. Ufficialmente offriva l’opportunità di lavorare per lo stato ai maschi appartenenti a qualsiasi famiglia. In pratica, però, solo i figli dei nobili potevano ricevere l’educazione necessaria per sostenere l’esame. C’è anche un’altra grande innovazione che va attribuita all’Imperatore Splendente. Durante il suo regno, infatti, a Kaesong e Pyongyang furono fondati dei centri medici noti come Daebi-won, case della misericordia. Nei Daebi-won erano distribuite ai pazienti indigenti medicine gratuite. Queste case della misericordia con il tempo si espansero nelle province e presero il nome di Hyeminguk, il cui significato è dipartimento di sanità pubblica.

Il padre di Wang So, re Taejo, aveva fatto costruire dei granai pubblici per affrontare i periodi di siccità e Gwangjong vi aggiunse gli jewibo. Gli jewibo erano negozi che applicavano interessi sui prestiti di grano e i proventi di tali interessi erano usati per i poveri. Tali misure, anche se in forma modificata, continuarono a essere applicate anche nei novecento anni successivi al regno di Gwangjong.

Seongjong, il nono re della dinastia Joseon di Corea, nel memoriale che redasse per il sesto re di Goryeo, scrisse:

“Trattò i sudditi con grande proprietà e non perse mai il suo occhio per giudicare le persone. Non tenne i parenti reali e i grandi nobili troppo vicini, frenando sempre i forti e i potenti. Mai trascurò l’umile e concesse favori a vedove e orfani.”

Purtroppo però, dopo il decimo anno dalla sua ascesa al trono, forse anche per l’avvicinamento alla religione buddista, Gwangjong cambiò lentamente il proprio comportamento. Per rafforzare l’autorità reale, egli dichiarò Goryeo Impero e si autoproclamò imperatore, ponendo in questo modo fine alle relazioni tributarie con la Cina. Come imperatore, però, re Gwangjong pretese il potere assoluto. Il dissenso dei nobili insoddisfatti delle sue riforme provocò nel 960 una ribellione. Insurrezione che lui fece soffocare con una serie di epurazioni che lasciarono in vita solo quaranta dei 3200 uomini di Taejo che lo avevano aiutato a unificare i tre regni. Nel 968, dopo un incubo, Gwangjong convocò una riunione e ordinò il massacro della sua famiglia.

Questo cambiamento dell’imperatore si può dedurre anche da altre frasi scritte su di lui da Choe Seongjong:

Mentre trascurava gli affari del governo, le questioni importanti relative alla sicurezza dello stato furono ignorate, ma i banchetti continuarono senza interruzione e non risparmiò spese in abiti e cibo […]  Anche secondo una stima approssimativa, le spese di ogni anno erano equivalenti alle spese di Taejo di un decennio. […] La virtù iniziale del re gradualmente scomparve. […]. Inoltre, il re aumentò la sua devozione al buddismo. […] Negli ultimi dieci anni, molte persone innocenti furono uccise. […] Per sedici anni, dall’undicesimo (960) al ventiseiesimo (975) del regno di Gwangjong, gli intriganti e i malvagi competerono per avanzare e scatenarono furiose accuse. I veri signori erano mal tollerati ovunque, mentre le persone meschine raggiungevano i loro obiettivi.

Nel luglio del 975, all’età di cinquanta’anni, si ammalò e morì in pochi giorni, la sua tomba si trova in Corea del Nord.

Ti piace? Condividilo! ;)
Share

La Corea e i fiori di ciliegio (벚꽃) tra storia e leggenda

di Donatella Perullo

Il Sakura questo sconosciuto, ho pensato mentre sfogliavo libri e pagine web alla ricerca del significato che tali fiori hanno nella cultura coreana e del perché compaiano così spesso nelle inquadrature di molti drama. È indubbio che i ciliegi siano importanti per i coreani e non solo perché l’esplosione della loro fioritura attira turisti da tutto il mondo. A dimostrarlo è il fatto che abbiano fatto di tutto per provare che la loro specie più antica, lo Yoshino dell’isola di Jeju, fosse il capostipite anche dei Somey Yoshino giapponesi.

Nel 2005, infatti, la Corea fece eseguire uno speciale esame del DNA per dimostrare la genesi coreana dell’albero. In seguito ai risultati ottenuti, l’informazione coreana ha dichiarato più volte che il ciliegio di Jeju fosse il progenitore anche dell’albero giapponese.

La diatriba vecchia di quasi un secolo, però, non è finita e da allora sono stati eseguiti studi ulteriori da diverse parti. Alcuni di questi hanno stabilito che lo Yoshino dell’isola di Jeju, appartiene a una varietà diversa da quella nipponica. Senza addentrarmi ulteriormente in quello che ancora oggi è un argomento spinoso e molto sentito, rimando a quest’articolo chi voglia approfondirlo. È un pezzo, suggeritomi da un lettore giapponese, che parla degli studi fatti dal dott. Toshio Katsuki, esperto sella ricerca sui fiori di ciliegio. Volendo potrete leggere anche quest’altro articolo di Oxford Academic, un resoconto della ricerca sulla sequenza genomica del Somey Yoshino, pubblicato nel 2019 e che nel quarto paragrafo mette a confronto le due specie di alberi.

Per comprendere il motivo di questa sempiterna disputa tra i due paesi, su un argomento in apparenza banale, bisogna andare indietro nel tempo, al periodo della dominazione giapponese. In quegli anni l’oppressore tentò in ogni modo di annullare l’identità del popolo coreano. Uno dei simboli di quella sopraffazione fu l’importazione di migliaia di ciliegi nipponici. Il regime piantò quegli alberi, come estremo gesto simbolico del predominio, nei posti simbolo della Corea. Fu in quel periodo che i giapponesi introdussero in Corea l’Hanami, la celebrazione del ciliegio. 

Nell’antichità i giapponesi vedevano nel fiore di ciliegio l’emblema della vita che, come la delicata corolla, può essere distrutta in un attimo dal temporale. Il Sakura era considerato da loro anche simbolo della purezza, della lealtà e del coraggio. Qualità attribuite ai Samurai che adornavano i foderi delle proprie spade con un Sakura rivolto verso il sole nascente. Avvalorando l’allegoria riguardante la caducità della vita, durante la seconda guerra mondiale i kamikaze facevano dipingere un fiore di ciliegio sulla fusoliera degli Yokosuka MXY-7 Ohka (桜花 bocciolo di ciliegio) gli aerei con i quali si sarebbero immolati.

La Corea ha continuato a festeggiare l’Hanami, anche dopo la resa del Giappone, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Per un lungo periodo la circostanza è stata però controversa, tanto che nel cinquantesimo anniversario della fine dell’occupazione, moltissimi ciliegi furono abbattuti perché visti come emblema di quel periodo buio. Tutto ciò giustifica il desiderio dei coreani di dimostrare che lo Yoshino fosse l’origine anche del ciliegio giapponese.

È interessante sapere che, anche se Sakura (사쿠라) è il modo più comune per riferirsi al fiore di ciliegio, la parola coreana per questo fiore è beojkkoch (벚꽃). Inoltre, anche se la Corea continua a prendere in prestito la parola Hanami (하나미) per individuare la festa dedicata alla fioritura dei ciliegi, il nome coreano per questo evento è kkot-gugyeong (꽃 구경).

Tornando al significato allegorico del fiore di ciliegio, i giapponesi ne hanno una visione metafisica e lo vedono come un connettore per l’eternità di anime. D’altro canto ciò che ritengono i coreani non è molto differente, anche se il modo che hanno di descriverlo lo rende più romantico: se due innamorati passeggiano lungo via costeggiata da ciliegi in fiore, invecchieranno insieme e il loro amore durerà tutta la vita. Ecco perché nei film o drama romantici sudcoreani, spesso l’happy ending è rappresentato dalla coppia che percorrono un tunnel di ciliegi in fiore.

Oggi l’Hanami è uno degli eventi che attira più turisti in Corea. Oltre tre milioni di persone accorrono ogni primavera per vedere questo spettacolo della natura.  Il più grande evento è il Festival di Gunhangie nel distretto di Jinhae di Changwon.  A Jinhae ci sono migliaia di ciliegi che formano spettacolari tunnel fioriti, come quello della stazione di Gyeonghwa, e i festeggiamenti sono rallegrati da innumerevoli spettacoli, sfilate ed eventi culturali. Ma quello di Gunhangie non è il solo posto dove si può godere della festa dei ciliegi. Molti eventi sono in ogni provincia, sull’isola di Jeju e tantissimi anche a Seul.

Se due innamorati passeggiano lungo via costeggiata da ciliegi in fiore, invecchieranno insieme e il loro amore durerà tutta la vita.

Nella capitale i luoghi più famosi dove ammirare i ciliegi in fiore sono lo Yeouido Park e il palazzo di Changgyeonggun. Nei giorni dei festeggiamenti tutto è dedicato al Sakura e per strada si possono assaggiare pane ai fiori di ciliegio (벚꽃빵) e biscotti alla ciliegia a forma di fiore.

Per gli studenti coreani la fioritura dei ciliegi è considerata il simbolo dell’avvicinarsi degli esami scolastici di metà anno.

Le leggende sui Sakura sono tante, la gran parte di origine giapponese. Anche la Corea del Sud ha alcuni racconti mitologici sui ciliegi, uno di questi è la leggenda originaria dell’isola di Jeju. Non è stato facile trovarla e quando ci sono riuscita, mi sono emozionata nello scoprire la bellezza di quest’antico racconto che ho potuto adattare alla nostra lingua grazie all’aiuto di un’amica coreana, che ha generosamente accettato di tradurla per me:

La leggenda fiabesca dello Yoshino, il primo ciliegio dell’isola di Jeju.

Un giovane e umile taglialegna viveva ai piedi del monte Hanla nell’isola di Jeju. Il ragazzo aveva un cuore grande e per questo era molto amato da tutti gli abitanti del piccolo villaggio. Egli si prendeva cura con amore di sua madre che era vedova e si sentiva onorato di farlo. Un giorno di primavera la donna si ammalò gravemente, questo gettò il ragazzo nella disperazione. Avvilito, chiese aiuto a un monaco e questi, impietosito, gli disse: «Se vuoi che tua madre guarisca, dovrai raggiungere la cima del monte Hanla. Lì, sulla sponda del lago Baengnokdam troverai dei cervi al pascolo. Dovrai tagliare il corno a uno di loro e con quello otterrai la medicina che salverà tua madre. Ma ricorda! Dopo aver ottenuto il corno, torna subito al villaggio senza mai guardarti indietro e non dovrai rispondere a nessun richiamo, per nessuna ragione!»

Il ragazzo il cui unico desiderio era assistere alla guarigione della mamma, si affrettò a partire. Giunto in cima al monte Hallasan, sulle rive del lago Baeknokdam scorse un branco di cervi. Notato l’animale più robusto e con le corna più grandi, gli si avvicinò lentamente e lo afferrò. La tranquillità del lago fu scossa dalla volontà del giovane di curare sua madre e da quella del cervo che lottava per fuggire. Durante il duro scontro, un corno del cervo si spezzò e cadde. Il taglialegna allora lo raccolse e corse via.  In quel momento si sentì chiamare dalla voce soave di una donna. Si fermò, ma prima di voltarsi ricordò l’avvertimento del monaco e scappò verso il villaggio senza voltarsi.  Appena a casa, diede a sua madre la medicina fatta con il corno di cervo e lei dopo poche ore, miracolosamente guarì.

Il ragazzo poté così tirare un sospiro di sollievo. La voce di donna che lo aveva invocato in cima al monte gli era  però rimasta nel cuore. Così qualche giorno dopo decise di tornare sulle rive del lago. Lì, tra i cervi, scorse una donna così bella da sembrare una fata che quando lo vide gli sorrise e gli si avvicinò. Gli disse di chiamarsi Yoshino, che vuol dire speranza, e che era lì per fare la guardia ai cervi per conto di suo padre. Il giovane taglialegna allora chiese perdono per aver assalito uno dei cervi e spiegò il motivo del suo comportamento. La fanciulla lo rassicurò dicendogli che, venendo a sapere della sua pietà filiale, suo padre l’avrebbe di certo perdonato. Il ragazzo che si era innamorato di lei a prima vista, le chiese allora di sposarlo e lei accettò.

La giovane coppia visse giorni felici nella casa sulle rive del lago, ma un mattino il ragazzo non trovò più la sua sposa. Disperato, la cercò ovunque ma con l’arrivo dell’inverno dovette arrendersi e tornare al villaggio con il cuore infranto. Sapeva di non poter raccontare a nessuno ciò che gli era successo, così iniziò a parlare sempre meno e la disperazione gli fece perdere l’appetito. In primavera, deciso a ritrovare la sua sposa, tornò sul monte Hanla, ma dove c’era stata la casa della ragazza trovò uno splendido albero fiorito. Era il grande ciliegio. Il ragazzo s’inebriò annusando il profumo di quei fiori e, stanco, si addormentò all’ombra dello splendido albero. Fu allora che la moglie gli apparve in sogno.

Ella gli rivelò di essere figlia della divinità del monte Hanla. Raccontò che anche se suo padre lo aveva perdonato per aver preso il corno di cervo, si era infuriato con lei per aver sposato un uomo. Così  l’aveva punita trasformandola per sempre nell’albero sotto il quale si era addormentato.

Il giovane taglialegna si risvegliò disperato. Restò accanto al ciliegio pregando che la sua Yoshino tornasse da lui, ma i giorni passarono, i fiori appassirono e la fanciulla non fece più ritorno.

Prima di concludere ci tengo a dire un’altra cosa. Facendo ricerche su quest’affascinante argomento, ho scoperto altre cose molto interessanti. Una di queste è la leggenda Nord Coreana dei fiori di ciliegio. La sua origine si basa su una bellissima storia di amicizia che pare abbia fondamenta nella realtà. Un racconto dell’epoca Joseon che mi ha affascinata e di cui ho deciso di parlare in un prossimo articolo.

Fonti web:  1;  2;  3; 4.

Ti piace? Condividilo! ;)
Share